Cambiamenti climatici e riscaldamento globale

Cambiamenti climatici e riscaldamento globale

Con il termine “Cambiamenti climatici”, come usato dalla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), si intende ogni cambiamento del clima che sia direttamente o indirettamente attribuito all’attività umana che altera la composizione dell’atmosfera globale e che è addizionale alla variabilità naturale del clima osservata su un periodo di tempo confrontabile (IPCC, 2007). Il cambiamento climatico innescato dalle attività  antropiche  viene chiamato “riscaldamento globale”. Infatti, a causa dell’aumento delle concentrazioni dei cosiddetti gas ad effetto serra (che influenzano cioè il bilancio radiativo del pianeta Terra) il sistema climatico terrestre si sta scaldando in tutti i suoi comparti; l’effetto serra di per sé è un fenomeno naturale, positivo per la vita sulla Terra, ma aumentato dalle attività umane, in particolare a partire dalla cosiddetta rivoluzione industriale. L’aumento delle temperature ha comportato atmosfera e mari più caldi, diminuzione delle precipitazioni nevose e scioglimento dei ghiacciai con conseguente aumento dei livelli del mare. Le attuali concentrazioni atmosferiche dei maggiori gas a effetto serra, CO2, CH4 e N2O, sono aumentate del 40% rispetto ai livelli dell’era preindustriale. Rispettivamente le concentrazioni atmosferiche di questi tre gas, nel 2011, erano 391 ppm, 1803 ppb e 324 ppb, superando i livelli storici di circa 40%, 150%, e 20%. In particolare, come sintetizzato nell’immagine seguente, le concentrazioni di CO2 nelle due stazioni di riferimento, Mauna Loa e Polo Sud, sono aumentate da circa 310 ppm nel 1958  a 380 ppm nel 2010. Sono stati osservati cambiamenti nel sistema climatico che coinvolgono: anomalie della temperatura della superficie terrestre, con un incremento fino a 2,5°C, e incremento della temperatura della troposfera; Dal 1950 ad oggi, è stato osservato un aumento nella frequenza degli eventi negli eventi climatici estremi quali ondate di calore, precipitazioni intense o estreme e aumento del numero di giorni e notti calde. A causa di cambiamenti nel ciclo del carbonio, gli oceani e le acque superficiali sono interessati da fenomeni di acidificazione, con un aumento della concentrazione degli ioni idrogeno pari al 26%. Infatti, si stima che il 30% delle emissioni di gas a effetto serra siano assorbite dalle acque superficiali. Nella figura sopra, è mostrato chiaramente con la curva blu l’aumento delle concentrazioni di CO2 e del pH con la curva verde nelle acque oceaniche nel periodo 1990 – 2010. il riscaldamento delle acque oceaniche superficiali e profonde, con un gradiente pari a 0,11 °C per decade nel periodo 1971-2010. Infatti, si stima che circa il 60% dell’aumento netto di energia (sotto forma di calore) del sistema climatico sia accumulato nell’oceano superficiale (0 – 700 m) e il 30% nell’oceano profondo. i ghiacciai di tutto il mondo sono interessati da scioglimenti. In particolare, la Groenlandia e dell’Antartide perdono circa rispettivamente 215 Gt/anno e 147 Gt/anno di ghiaccio. i livelli del mare sono aumentati di 19 cm nel periodo 1901 – 2010.   Sono stati sviluppati numerosi modelli climatici per prevedere gli effetti dell’aumento delle concentrazioni dei gas a effetto serra sul sistema climatico. I risultati di tali modelli sono messi a confronto con le banche dati storici (con particolare riferimento al periodo 1850 – 1900), da cui emerge che il clima e le sue componenti continueranno a riscaldarsi, considerando un trend di crescita delle emissioni di GHG. Le previsioni dei modelli climatici possono essere sintetizzati come segue: la temperatura globale superficiale è destinata...

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COP 21 di Parigi

Nei mesi di novembre e dicembre 2015 si è riunita a Parigi la “COP21”, la 21esima edizione della Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, un importante passo avanti nel faticoso percorso verso una lotta delle Nazioni contro i cambiamenti climatici causati dall’umanità, in particolare dopo l’avvio della cosiddetta rivoluzione industriale. Per ricordare il percorso che ha portato alla firma dell’Accordo di Parigi si rimanda alla visione del video pubblicato da OggiScienza con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia. La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), nota anche come Accordi di Rio, è un trattato ambientale internazionale prodotto dalla Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNCED, United Nations Conference on Environment and Development). Tale conferenza, informalmente conosciuta come Summit della Terra, si è tenuta a Rio de Janeiro nel 1992. Il trattato punta tra l’altro a “raggiungere la stabilizzazione delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera a un livello abbastanza basso per prevenire interferenze antropogeniche dannose per il sistema climatico”. Il trattato, come stipulato originariamente, non poneva limiti obbligatori per le emissioni di gas serra alle singole nazioni; era quindi, sotto questo profilo, legalmente non vincolante. Esso però includeva la possibilità che le parti firmatarie adottassero, in apposite conferenze, atti ulteriori (denominati “protocolli”) che avrebbero posto i limiti obbligatori di emissioni. Il principale di questi è il protocollo di Kyōto, che è diventato molto più noto che la stessa UNFCCC. Complessivamente 192 paesi (le “parti”) hanno aderito al protocollo di Kyoto. Con l’adesione i paesi si sono impegnati a ridurre del 5% le proprie emissioni di gas ad effetto serra. I paesi membri si incontrano annualmente nella “Conferenza delle parti”, in particolare nel corso della COP3 è stato redatto il protocollo di Kyoto (dicembre 1997). La COP è il corpo decisionale della Convenzione, costituita da tutti i paesi aderenti, dove vengono prese le decisione necessarie per l’applicazione della Convenzione e ne sono analizzati lo stato dell’attuazione e ogni altro strumento legale utilizzati. Nei mesi di novembre e dicembre 2015 si è riunita a Parigi la COP21. In tale sede, le 197 parti aderenti (196 nazioni + l’Unione Europea) hanno sottoscritto il cosiddetto Accordo di Parigi, disponibile nella versione originale e tradotto in italiano dal Ministero dell’ambiente. I punti principali dell’accordo firmato riguardano: la riduzione delle emissioni di GHG tale da mantenere il riscaldamento climatico al di sotto dei +2°C (con l’obiettivo di ridurlo a 1,5 °C). La nuova strategia di riduzione prevede che le parti raggiungano il picco di emissioni di GHG quanto prima e successivamente diano avvio alle misure di riduzione; riconoscere le esigenze dei paesi in via di sviluppo, stabilendo un rapporto tra “diritto alla crescita” e la conseguente necessità di inquinare. A tal fine, è stato introdotto un meccanismo di incentivo finanziario che consenta ai Paesi in Via di Sviluppo di applicare un modello di sviluppo meno impattante dal punto di vista ambientale; la vincolatività degli obiettivi di riduzione proposti. L’accordo prevede un meccanismo di controllo del rispetto degli obiettivi vincolante, ma non sanzionatorio. Il giorno 21 settembre 2016 le parti aderenti sono chiamate a ratificare l’accordo di Parigi. Affinché l’accordo entri in vigore è necessario che, come previsto dall’art. 21, ”almeno 55 Parti della Convenzione, che rappresentino almeno il 55% per cento del totale delle...

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2015-05-19: Regolamento 2015/757 – concernente il monitoraggio, la comunicazione e la verifica delle emissioni di anidride carbonica generate dal trasporto marittimo e che modifica la direttiva 2009/16/CE

Il 19 maggio 2015 il Parlamento Europeo e il Consiglio dell’Unione Europea hanno pubblicato il Regolamento (UE) 2015/757 in materia di emissioni di gas ad effetto serra provenienti dalle attività di trasporto marittimo (Shipping MRV Regulation). Il regolamento impone alle navi di stazza lorda superiore a 5.000 tonnellate, in materia delle emissioni di CO2 rilasciate nei viaggi tra porti di Stati Membri, le seguenti scadenze: Entro il 31 agosto 2017 ciascuna compagnia dovrà sottoporre un piano di monitoraggio per ciascuna delle sue navi a un ente di verifica accreditato; A partire dal 1 gennaio 2018 le compagnie dovranno monitorare le emissioni di GHG  su base annua per ogni nave e per tratta; Dall’anno 2019, entro il 30 aprile di ogni anno, le compagnie inviano alle autorità competenti un rapporto di comunicazione delle emissioni di gas serra. Il regolamento Shipping MRV è disponibile al seguente link: Regolamento (UE) 2015/757. ( http://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=uriserv:OJ.L_.2015.123.01.0055.01.ENG )...

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L’aria che respiriamo: cosa impariamo dai licheni della città di Viterbo

L’aria che respiriamo: cosa impariamo dai licheni della città di Viterbo

Dott. Paolo Buonadonna* Negli ultimi tre decenni il forte incremento di interesse nei riguardi dello studio della bioindicazione ossia dell’utilizzo di esseri viventi come indicatori, ha avuto sviluppi applicativi importanti, soprattutto per quanto riguarda una corretta e completa diagnosi dello stato di salute di un contesto ambientale. Nello specifico, il monitoraggio della qualità dell’aria tramite i licheni, associazioni simbiotiche o consorzi mutualistici costituiti da un fungo (micobionte), e un’alga e/o un cianobatterio (fotobionte), è diventato ormai pratica di routine da parte dei servizi pubblici di molti Paesi europei ed extraeuropei. Il metabolismo dei licheni dipende strettamente dall’atmosfera. Essendo costantemente esposti al contatto con l’aria, vengono di conseguenza anche in contatto con le sostanze in essa contenute. Proprio per questo motivo sono così adatti al monitoraggio atmosferico, sia per le aree extraurbane, sia all’interno delle città. La buona resistenza agli stress ambientali di tipo termico e idrico, un lento accrescimento, una notevole capacità di assorbire e di accumulare le sostanze presenti nell’atmosfera e una notevole sensibilità agli agenti inquinanti, dovuta all’impossibilità di eliminare le sostanze tossiche per l’assenza di ogni tipo di meccanismo di escrezione, (come avviene invece nelle piante superiori), fanno dei licheni degli ottimi indicatori della qualità ambientale, cioè dei bioindicatori. Inoltre, nonostante siano estremamente sensibili alle variazioni ambientali, molti sono in grado di sopravvivere a contatto o in presenza di elevate concentrazioni di agenti inquinanti, senza mostrare danni fisiologici o morfologici, purchè ciò avvenga per periodi brevi o quando i licheni sono in stato di disidratazione.   I licheni possono essere utilizzati secondo due strategie: a) come bioindicatori, correlando determinate intensità di disturbo ambientale a variazioni morfologiche, di copertura e presenza (biodiversità). b) come bioaccumulatori, sfruttando la loro capacità di assorbire sostanze dall’atmosfera e misurando la concentrazione di queste ultime nei talli lichenici. Le strategie di monitoraggio mediante licheni si basano su diverse procedure standardizzate il cui utilizzo dipende dal tipo di inquinamento, dalle caratteristiche dell’area da esaminare, dal tempo e dalle apparecchiature a disposizione. All’interno delle aree urbane, ad esempio, le tecniche di rilevamento tramite centraline automatiche di rilevamento, sebbene siano fondamentali per una corretta analisi dell’inquinamento ambientale per la precisione delle singole misure, da sole non sono in grado di risolvere il problema del monitoraggio ambientale. Lo scarso numero di punti di misurazione, unito alla considerazione che le concentrazioni di inquinanti sono molto variabili nel tempo e nello spazio e che solo alcune sostanze vengono rilevate dagli strumenti, la quantificazione delle concentrazioni di singoli inquinanti molto spesso non è sufficiente per avere un quadro sintetico e complessivo del degrado ambientale, in quanto le diverse sostanze presenti possono agire sinergicamente amplificando gli effetti sugli organismi viventi. Il danno provocato dagli inquinanti inoltre non sempre dipende dai valori medi annuali ma anche da quelli massimi e dalla durata dell’esposizione. Il monitoraggio di tipo biologico (biomonitoraggio) è ormai da diversi anni utilizzato come integrazione alle metodiche di analisi dirette poiché, individuando le zone a rischio presenti sul territorio, costituisce lo studio di partenza anche per una localizzazione ottimale delle centraline di rilevamento. Altro vantaggio del biomonitoraggio è la possibilità di valutare l’evolversi di una situazione nel tempo ripetendo periodicamente lo studio in una determinata area. Questo, per esempio, permette di valutare le conseguenze di un cambiamento, sia questo una misura di risanamento, un cambio di destinazione di uso...

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